Psicologa forense, psicoterapeuta gestaltico - fenomenologica in formazione
Master in psicologia architettonica e del paesaggio
Ciao, sono Marina Pinto, psicologa e psicoterapeuta gestaltico-fenomenologica in formazione.
La mia curiosità e il mio interesse per le persone nel mondo mi hanno portata a lavorare in luoghi attraversati da sofferenze diverse e intrecciate: scuole, OPG, carceri, comunità psichiatriche, ospedali, quartieri. Ho incontrato studentə, internatə psichicə, detenutə — e tuttə portavano con sé storie che non erano mai soltanto loro, mai soltanto individuali. Tuttə esprimevano non solo il proprio disagio, ma anche il respiro affannato del contesto in cui erano immersə. È grazie a questo ascolto che ho affinato la mia posizione lavorativa: prendermi cura dell’ambiente, simbolico e spaziale, come si ha cura di un giardino che accoglie chi lo attraversa.
Nella mia prospettiva terapeutica, questo si concretizza nel sostenere il campo relazionale — non solo quello tra pazientə e terapeuta, dove il dolore si riattualizza e trova finalmente parole, ma anche il campo di un’équipe di operatorə, o tra operatorə e utentə delle istituzioni stesse. La sofferenza che sente unə pazientə è un campanello d’allarme di un contesto che soffre: non siamo mai solə, siamo sempre in relazione con qualcunə, sempre immersi in un tessuto di sguardi, gesti, silenzi. In questo modo sento di dare importanza non solo al vissuto də pazientə, ma anche ai diversi modi che hanno di guardare il mondo che lə circonda — e di essere guardatə da esso.
Per completezza ho voluto specializzarmi anche in psicologia ambientale, per poter affiancare ai processi di crescita — collettivi e individuali — la trasformazione dello spazio fisico, dando all’ambiente stesso un potere intrinsecamente terapeutico. Così, insieme allə architettə, progetto spazi che respirano con le persone che li abitano.
Tutti questi ambiti lavorativi, apparentemente diversi, sono attraversati da un filo comune: la convinzione che stare nella sofferenza e poterla comprendere significhi stare nella realtà, uscire dalla propria stanza di terapia, toccare con mano le relazioni che generano disagio. Significa stare con l’altro e per l’altro, sentire insieme, raccogliere emozioni come si raccolgono i funghi dopo una tempesta. Tutti questi mondi e queste culture siedono insieme sulle poltrone dello studio, fungono da bussola del dialogo e dello scambio relazionale, e aiutano a leggere quell’adattamento creativo alla vita con cui ogni pazientə si presenta — quella forma unica e preziosa che ognunə ha trovato per sopravvivere alla vita, e che insieme possiamo trasformare in un modo nuovo di fiorire.